Quattro voci, quattro melodie, quattro donne, ma soprattutto quattro scrittrici contro soprusi e convenzioni. Se lo stile si unisce alla resistenza, l’esempio arriva più lontano

di Francesco Bordi 

Voci…

Raccontano, avvisano, avvertono, calmano o, viceversa, stressano, innervosiscono, spaventano…

In ogni caso fanno parte della quotidianità e ricoprono una funzione fondamentale nei rapporti, a tutti i livelli posibili. Chi non ne può far uso, per problemi alla nascita o per sopraggiunti incidenti di percorso, deve necessariamente ricorrere ad altri linguaggi per sopperirvi come, ad esempio, la lingua dei segni e la lettura delle labbra o altri mezzi di comunicazione equivalenti.

C’è tuttavia chi non ha delle problematiche strutturali relative alla propria voce, ma non ne fa il corretto uso.

Le cronache nostrane, da molti anni, ci hanno tristemente abituato ad episodi indegni spesso terminati nel peggiore dei modi. Si tratta di vicende in cui la voce non è uscita o, se uscita, non è stata sufficientemente udita tanto da non aver avuto il giusto ritorno, o meglio la replica che avrebbe dovuto seguirne. Se una voce non esce dal corpo, le motivazioni sono riscontrabili nei patimenti forti come la paura, la vergogna oppure quel timore supportato dalle pieghe di una cultura volgare, là dove la radice “volgo” è decisamente negativa a differenza del sostantivo “popolo” che invece dà vita a connotazioni deliziose come “popolare”.

Il mancato riscontro vocale degli interlocutori, invece, nella stragrande maggioranza dei casi è frutto di indifferenza, non curanza o più semplicemente esigenza di lasciare andare gli eventi così come sono, senza interferire, perché mettervi mano sarebbe troppo complicato e soprattutto comporterebbe un coinvolgimento intenso, correlato da un margine di rischio, che spesso non viene preso in considerazione nemmeno per se stessi, figuriamoci per gli altri.

C’è tuttavia un dato di fatto in questo mancato walzer di suoni: quando una donna consapevole di se stessa e dei propri mezzi decide, finalmente, di dar seguito alle mille declinazioni della sua sofferta esasperazione, a prescindere dalle eventuali risposte, lo può fare con rabbia, con vigore, in maniera disperata o strategicamente ponderata, ma in ogni caso la sua non sarà più una semplice voce. Quando quella donna arriva al limite e decide di scoprirsi al mondo, sarà sempre e comunque attraverso una melodia.

“Voci, Melodie di donne” è la validissima raccolta di quattro autrici piuttosto differenti fra di loro, ma con la comune caratteristica di aver utilizzato l’arte come grido della loro sacrosanta affermazione di sé.

Amalia Bonagura, Francesca Ferrante, Maria Gargotta e Flavia Rampichini sono esempi di belle scritture che hanno, anche ma non solo, il compito di portare alla luce messaggi di coraggio, storie di empatia, episodi di rinnovata esistenza, sbagli e rimedi, perché NON DEVE MAI ESSERE TROPPO TARDI.

“Les demoiselles” apre la raccolta ed è il biglietto di presentazione che fa comprendere al lettore la cifra stilistica della selezione. Quella della romanissima Amalia è una scrittura gentile e garbata che, in un crescendo narrativo davvero notevole, presenta una storie dalle tinte forti. Si tratta di una vicenda che ricorda molto il fenomeno dei “Desaparecidos” dell’America Latina negli anni ’70 – ’80, soprattutto in Argentina. Persone che improvvisamente sparivano dalla comunità perché arrestate da un regime totalitario con la scusa di attività sovversive o semplicemente antigovernative. Fratelli, padri, parenti strappati ai loro cari mentre tutte le persone rimaste in “libertà”, spesso donne, si informavano su di loro attraverso continue ricerche, indagini svolte in proprio per le strade o ancora vere e proprie manifestazioni incentrate sulle foto dei loro scomparsi che venivano mostrate nelle piazze. A metà fra un richiamo storico ed un racconto distopico Les demoiselles esprimono il coraggio della ricerca di una verità intima e familiare a discapito di tutto, della propria sicurezza, delle conseguenze e di un marito che pur di salvaguardare la propria posizione lavorativa cerca di sabotare la protagonista della vicenda, sua moglie…

“Dietro la porta”, spesso avvengono le cose più obbrobriose. Sono poche, infatti, le occasioni in cui la porta rimane chiusa perché è in preparazione una bella sorpresa. A porte chiuse possono verificarsi violenze fisiche e psicologiche. Quando, alla fine, si esce dalla stanza chiusa a volte è troppo tardi. Francesca Ferrante ci racconta due aspetti molto importanti in relazione agli episodi di cronaca degli ultimi anni. La violenza domestica può nascere da un grave disagio, occorso ad un membro della famiglia, che non si è saputo gestire. Il gioco malato in cui non bisogna cadere assolutamente è accettare qualunque sopruso con la scusante che ciò sta avvenendo perché c’è un grave problema di salute in corso e quindi l’aggressore va “capito”. NO! La violenza non ha scusanti. Il secondo elemento da tenere bene a mente è che l’aiuto deve certamente arrivare da persone preparate, ma forse questo supporto è maggiormente accettabile se viene vestito e confezionato dall’arte. La Human Library Organization è un nodo narrativo all’interno del racconto di Francesca. I libri possono salvarti la vita e questo si sa, ma alcune persone, consultabili esattamente come i testi ma all’interno di una biblioteca umana, possono avare la stessa valenza, leggere per credere.

La storia che ci racconta Maria Gargotta è emblematica. “I sogni hanno il colore del cielo” si potrebbe definire, anche, come un bellissimo e coinvolgente insieme di frasi da sottolineare ed appuntarsi per ricordare a tutti noi cosa vuol dire essere una donna. Mi rendo conto che così espressa, apparentemente non ci pone troppo distanti dalle frasi che troviamo all’interno delle monoconfezioni di cioccolatini ed è quindi opportuno un chiarimento. Di fatto quella che ci viene raccontata da Maria è una vicenda in cui la protagonista si sente “sbagliata”, si sente “giudicata” si sente (dire) “che madre sei!”. Troppo spesso umiliata e decisamente non capita, in una Napoli dalle tinte tenui ma incisive, questa fragile ma risoluta protagonista lotterà con ogni briciola delle sue forze affinché il teatro le consenta di tornare a sentirsi un essere umano degno di questo nome. Non madre inadeguata, non femmina che deve accettare le pratiche di corteggiamento sin dalla tenera età (qualunque esse siano) e nemmeno studentessa che rinuncierà all’università perchè “deve” sposarsi con il fidanzato approvato dal papà. Niente di tutto questo, ma solamente ed orgogliosamente DONNA. Nella rappresentazione, nell’impegno dell’arte e nel lavoro conseguentemente svolto su se stessa, lei troverà la via di una riscoperta consapevolezza. E se quest’unico appiglio dovesse improvvisamente sfumare? Beh, vedrete cosa sarà in grado di creare la “donna sbagliata”…

Anche “Adele al Bivio”, così come le tre storie che la precedono, rappresenta un racconto di coraggio, forse è la vicenda più audace della raccolta perché si può leggere anche come la difficile ammissione di colpa da parte di una donna che ha sbagliato, senza scuse. Flavia Rampichini è infatti l’unica ad inserire il nome della sua protagonista nel titolo ed il “bivio” di cui parla, non si pone di fronte a ciò che potrebbe accadere nel corso della narrazione. Adele ci racconta quale via ha già da tempo scelto in un momento importante della propria vita. Artista affermata, pittrice talentuosa e donna complessivamente soddisfatta della propria esistenza, questo sviluppatissimo ego femminile, con sofferenza, svelerà il suo sbaglio fondamentale. Confessa dunque questo errore, prendendosi tutte le responsabilità e le conseguenze di una via che difficilmente una donna intraprende. Adele al bivio è il coraggioso racconto del conflitto tra donna e mamma, ma è anche l’esempio di come si può provare a rimediare con la consapevolezza della maturità e con l’aiuto di certe “metafore viventi” che a volte la vita pone sul nostro cammino per aiutare a capire, a capirci…

Quattro storie, quattro approcci alla vita, quattro modi di resistere a soprusi e convenzioni.

La raffinata sensibilità  di Annulli editori ha saputo selezionarle e valorizzarle attraverso questa raccolta di cui mi preme sottolineare l’alto valore letterario.

Spesso, infatti, il problema di testi di questo tipo risiede nel fatto che vengono valutati quasi esclusivamente sulla base del messaggio di cui sono porta-VOCE. 

La tematica femminile e anti-pratiarcale non può che essere messa in risalto in un periodo storico che costringe a parlare più di vittime al femminile che di successi al femminile, tuttavia mi preme ricordare che Amalia, Francesca, Maria e Flavia sono innanzitutto delle ottime penne. Sono scrittrici valide e coinvolgenti che hanno degli stili di narrazione di tutto rispetto. Certamente sono quattro donne che sono, anche, messaggere di aspetti importanti in grado di aiutare e stimolare chi è in difficoltà nei confronti di un sistema sociale che fatica ancora ad avere una sua dignità, ma prima della, doverosa, denuncia, prima dell’esempio sociale da proporre, prima delle riflessioni da suscitare… ci sono quattro scrittrici.

A grandi linee, chiunque può riferire un messaggio a voce, ma comunicare storie esemplari attraverso delle melodie non è da tutti, non è da tutte…

“Voci. Melodie di donne”, di Amalia Bonagura, Francesca Ferrante, Maria Gargotta e Flavia Rampichini, Annulli Editori, Grotte di Castro (VT), 2023.

 

Foto di Francesco Bordi © tutti i diritti riservati

 

 

 

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